miércoles, junio 10, 2026

I corpi del tango. L’amicizia, il tango e la psicoanalisi. | Lidia Ferrari

Lungo la sua storia il tango ha sviluppato due pratiche diverse: il tango argentino vero e proprio e il tango che si balla sulla scia di altre danze standard. Tale secondo esito, già evidente agli inizi del XX secolo, ha dato vita ad un tango che possiamo definire ‘internazionale’. Il tratto peculiare del tango argentino risiede nel fatto che è una danza di improvvisazione: due corpi abbracciati improvvisano con i piedi. Questo richiede la ‘conduzione’ per iniziare i movimenti. Chi conduce decide le figure, ma la partner risponde a sua volta e tutte due i ballerini devono ‘ascoltarsi’. Ciò significa che uno degli elementi essenziali sarà ascoltare il corpo dell'altro. Non si tratta dunque di realizzare coreografie preimpostate e senza l’abbraccio. La conseguenza è che la chiave dell’insegnamento del tango argentino è quella di far apprendere come avviare i movimenti dinamici dei due corpi. Questa necessità non sarà mai sottolineata abbastanza nei processi di insegnamento-apprendimento. Il Tai Chi, per esempio, come altre arti marziali, ha movimenti simili al tango però sono fatti individualmente, non in coppia. La persona è sola con il suo corpo. Combatte con il suo corpo, ma non con un altro corpo. Nel tango sono due corpi che si abbracciano e che devono entrare in relazione in un ballo che non appartiene a ciascuno di essi ma ad entrambi. Danza e musica sono come una ‘terza parte’ che li unisci e/o li separa. Ognuno dei due ballerini rispettivamente guida e viene guidato nell’improvvisazione dall’azione complementare del partner. 

Il tango è per entrambi i partner paragonabile ad una scatola piena di sorprese. Tra queste scopriamo: 

1. L’intimità. Il tango propone un’esperienza di intimità, dovuta al fatto che si balla abbracciati e improvvisando, il che comporta un’intesa con il partner e un’interazione tra le reciproche sensibilità. 

2. L’improvvisazione che richiede concentrazione e connessione tra i due partner. 

3. La musica che prevede molte varianti orchestrali. Ogni tango è un pezzo unico - siamo obbligati a ballare interpretando questa differenza. Il tango non è un ballo standard Nel ballo standard le coreografie sono prestabilite. Quando si sa quello che si deve fare l’emozione molte volte proviene dal saper praticare nuove figure. Il tango fa invece appello a quel tratto personale che è in ciascuno di noi, diverso da quello del nostro vicino. Anche il semplice camminare nel ballo può rivelarsi un’esperienza di emozione, perché si cammina vibrando con la musica e insieme al corpo del partner. 

E' questa caratteristica del ballo del tango che voglio sottolineare in questa presentazione. I due luoghi classici per ballare il tango sono il palcoscenico – laddove si realizza uno spettacolo o un’esibizione – e la pista da ballo, la sala, la milonga, dove il ballo è visto invece come incontro sociale. Si conosce un’ampia varietà di stili nel ballo del tango. Essi appaiono e spariscono nel tempo, perché il tango è qualcosa di vivo che cambia e si perfeziona. Vi è comunque una netta differenza, anche se molti non la percepiscono, tra il tango per lo spettacolo e il tango dalla sala da ballo, del salón. Non sono necessariamente stili diversi di tango ma per essere ballato in luoghi diversi il tango deve però adattarsi. 

Sul palcoscenico i ballerini sono protagonisti esclusivi e desiderano essere ammirati e applauditi per il loro ballo. Sulla pista, invece, tutti i ballerini sono protagonisti e ciascuno di essi desidera essere apprezzato soprattutto dal partner. Sul palcoscenico lo spazio è più ampio, perché i ballerini sono soli e possono muoversi eseguendo passi lunghi e movimenti complessi, senza il timore di urtare o colpire qualcuno. Inoltre, i movimenti devono essere più evidenti perché si vedano bene. 

Nella pista, nella milonga, invece, lo spazio è limitato e deve essere condiviso con le altre coppie. Ci vuole rispetto reciproco per poter ballare. Il tango si fa allora più intimo. L'intimità che si riesce ad acquisire nella comunicazione del ballo è, innanzitutto, uno atteggiamento culturale. Quella capacità di contatto corporeo con l'altro è quel che risulta più difficile da raggiungere in alcuni casi. In certe culture lo sviluppo dei balli standard è frequente. Il divertimento e simile ai balli delle sale dei palazzi aristocratici dove si ballava il minuetto o danze gravi. I corpi si incontravano sporadicamente, si allacciavano e si scioglievano. Tutti sapevano quello che dovevano fare. 

Il tango dell’ascolto 
Il tango che si balla nelle ‘milongas’, diverso dal ballo standard, è quello che chiamo il tango dell’ascolto. Il tango prevede l’ascolto dell'altro, dell'altro corpo, della sensibilità dell'altro. Questa caratterizzazione ci permette pensare nel setting psicoanalitico, dove l’ascolto è il protagonista. La differenza è che non si tratta di parole, ma di corpi. E in questo senso vi è una certa difficoltà, perché non siamo abituati ad ascoltare il nostro corpo, per non parlare della difficoltà ulteriore di ascoltare il corpo di un altro. Anche il rapporto con il proprio corpo non è dato per scontato. Anche se possiamo pensare che ci appartenga, il corpo si comporta spesso come un vero estraneo. Questo corpo che non sappiamo se lo ‘abbiamo’ o se ‘siamo’ un corpo. Questo ascolto è un ascolto che si prepara a partire da un linguaggio comune che si apprende. Come quando se impara una lingua straniera. Ci sono persone che non parlano bene una lingua, ma desiderando comunicare riescono a farlo. Altri hanno perfetta gestione di una lingua, ma non hanno nulla da dire. Come nella pratica psicoanalitica nel tango ogni persona si ascolta nella sua singolarità. La psicoanalisi non è una pratica terapeutica standard, sulla base di un modo generale di pensare al soggetto. Credo che non sia un caso che il tango sia stato inventato a Buenos Aires e che Buenos Aires sia una delle capitali nel mondo della psicoanalisi. Abbiamo la più alta percentuale al mondo di psicoanalisti per numero di abitanti. Molto rapidamente, perché questo sarebbe un tema da approfondire, ci sono alcuni tratti culturali che possono essere riconosciuti in entrambi, il tango e la psicoanalisi: il coinvolgimento del soggetto nella sua singolarità. Il porteño (abitanti della città di Buenos Aires) non è molto appassionato di balli standard. In vece, nel tango mette in scena un forte desiderio soggettivo. Agli argentini piace la conversazione, l’ascolto. I caffè di Buenos Aires sono la dimostrazione di questo bisogno di parlare con l’altro, sempre. Di intimità nella conversazione, parliamo di cose profonde della vita. Come nel tango. Abbiamo bisogno dell’altro e di uno scambio intimo con lui. Per Borges il tango (lo chiama ‘milonga’) è un modo argentino di conversare e di completare l’altra passione argentina che è l’amicizia. Nell’amicizia e nel tango il nucleo è la conversazione. Non possiamo dire che nel dispositivo psicoanalitico si tratti specificamente di una conversazione; tuttavia, si tratta certamente di ascoltare l’altro.

 Possiamo quindi aggiungere la psicoanalisi agli altri due “luoghi” dove si gioca ciò che Borges chiama la “conversación argentina”: L’amicizia, il tango e la psicoanalisi. 

Vi sono molti corpi nel tango. 
1. Uno è il corpo della competenza, della rivalità con altri corpi, altre persone. È un corpo frenetico che deve realizzare coreografie complesse per dimostrare abilità. Si tratta di essere il migliore. 

2. C’è il corpo della difficoltà, per esempio, quello relativo alle difficoltà generate dal Parkinson, a cui il tango offre la possibilità di incontrare il piacere anche quando il corpo non risponde come un tempo. L’esperienza del ballo del tango mette in azione l’immagine del proprio corpo e l’idea che si ha delle proprie potenzialità nel ballo. Lavorare su questi aspetti può modificare il modo di stare con il proprio corpo e la raffigurazione mentale che di esso si ha. 

3. C’è il ‘corpo magnificò’, quello della danza, e delle destrezze. Il piacere che offre l’intrecciarsi senza bloccarsi. Si tratta di corpi a rischio, a rischio di coincidere, di non intendersi, di non poter ballare 

4. C’è il corpo dell’immagine. Per la bellezza dei suoi movimenti e il suo carattere complesso il tango si offre allo sguardo e all’ammirazione. Il piacere di esibirsi e la contemplazione dei corpi. Qui può annidarsi l’eccesso in quanto si sviluppa uno sguardo che seleziona i corpi più belli, i più seducenti e ciò produce una segregazione dei corpi. Per questa ragione il tango nella milonga è più ‘democratico’ e generoso con tutti i corpi. L’unica premessa è il desiderio di ballare. Per ballare abbiamo bisogno di un corpo che abbia voglia di ballare e che possa farlo. Attraverso il ballo cerchiamo il piacere e il corpo ne è il mezzo, ma anche il fine, perché la soddisfazione che otteniamo è per sua natura tanto fisica quanto psichica. 

Nella cultura occidentale, cioè, le attività fisiche hanno sempre avuto un apprezzamento minore di quelle intellettuali. In questi ultimi tempi si sta ricominciando a privilegiare il corpo, ma spesso come ‘macchina’. Il corpo è debole, fragile, vulnerabile. Il simbolico nell’uomo ha consentito di distaccarsi dai limiti della fisiologia e delle sue necessità. C’è il corpo che limita, soffre e sogna l’eternità perché non la possiede. Occorre sviluppare il corpo, ma non solo nelle sue funzioni propriamente fisiche. Alcune attività fisiche sembrano privilegiare un corpo senza psiche. Tali attività ambiscono a un corpo-macchina, che non è altro che un corpo solitario. C’è un altro corpo che va oltre le proprie funzioni strettamente fisiologiche e vitali, un corpo che gode al di là della propria corretta alimentazione e che può soffrire benché le sue necessità vengano soddisfatte. Il ballo, se non è un esercizio meccanico, è una fonte di godimento. Il tango – che ci obbliga a connetterci strettamente con il partner in tutta la sua complessità e – è un’esperienza di piacere legata all’incontro con l’altro, all’estetica del movimento e alla relazione con la musica. In un mondo nel quale sempre più la relazione con l’altro sceglie il video quale intermediario, il contatto diretto con il corpo dell’altro, senza parole, è diventata un’esperienza se non rara, poco frequente. Il predominio dell’immagine invade la nostra vita quotidiana – immagini di tutti i tipi, anche del corpo. La tecnologia che può modificare l’immagine del corpo fa si che anche il tango formi parte di questo universo: il corpo deve essere (o apparire) giovane, bello, snello. 

Presentazione di Lidia Ferrari: “I corpi del tango”. 
Evento: Psicoanalisi e Danza. Tango argentino e corpo parlante. 
Organizzato per la SLP, Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, Segretaria Venezia (AMP) nel Centro Culturale Candiani, Venezia Mestre. 2 Dicembre 2016 

Programma: 
- La danza, il corpo, il ritmo / Francesca Duro, psicoanalista 
- Tra passione e etica / Brigitte Laffay, psicoanalista 
- I corpi del tango / Lidia Ferrari, psicoanalista 

Performance con ballerini di tango argentino 
Direzione artistica: Lidia Ferrari, maestra di tango argentino 

Lidia Ferrari è autrice dei libri sul Tango: 
- Tango. I segreti di un ballo. Gremese, Roma, 2013 
- Tango. Les secrets d’une danse. Gremese, Roma, 2013 
- Tango. Arte y misterio de un baile. Corregidor, Buenos Aires, 2011 
- El baile del tango y sus secretos. Corregidor, Buenos Aires, 2014

VIDEO: TANGO ARGENTINO E CORPO PARLANTE


















viernes, abril 01, 2022

Elogio de la Práctica de Tango | Lidia Ferrari

Vuelta a vuelta andamos por la vida con una idea de tiempo lineal que no ofrece muchas posibilidades al espíritu. La idea de viejo y nuevo siempre suena a tufillo de que todo lo que es pasado pasó y el presente es este minúsculo instante a la vez eterno, y luego vendrá el futuro siempre prometedor de llegar y no llega.

 ¿Alcanza esta idea del tiempo a reflejarnos? ¿Será viejo lo que pasó simplemente porque el año cambió de número? Habrá que ver qué de aquello que pasó hace tiempo está vigente y vigoroso o tan estropeado y vetusto como para descartarlo, porque si pasó sin dejar rastros, ni siquiera habrá existido para el recuerdo. 

 Este elogio está dedicado a una práctica que allá lejos y hace tiempo ocurría en el barrio de San Telmo. Poco del San Telmo de hoy turístico y rentable. Ese San Telmo oscuro, donde casi nadie andaba por la calle por las noches. Corría el inicio de los noventa. La práctica de Cochabamba iba de las 21hs hasta medianoche.

 La práctica funcionaba en el Club General Belgrano, en el que creo todavía atiende la barra el mismo  simpático matrimonio. Los sánguches, las tartas, las empanadas que preparaban se liquidaban pronto.  Recuerdo los pequeños rituales en un lugar donde todo parece que está ahí desde siempre y para siempre. Esa idea de perennidad se contrapone con esta sensación de circunstancial lugar mítico que me parece ahora Cochabamba.

 Las prácticas de Gustavo y Olga, los lunes y viernes, y de Mingo y Esther, los martes y jueves, fueron decisivas para muchos que en esa época se acercaban al tango.

Nos reuníamos allí algunos de los que yirábamos,  tarde o temprano, por los mismos lugares. En Cochabamba bailaban “milongueros” a los que les gustaba bailar todos los días, como Teté,  Hector Chidíchimo,  otros de los que no recuerdo el nombre, porque en ese lugar, no importaba el nombre, la profesión, el origen social, sólo importaba el tango. Allí estaban los que luego serían maestros, inventores, experimentadores, bailarines profesionales, los que después se llamaron del tango milonguero, los que después se llamaron del tango nuevo, los que después no se llamaron de ninguna manera... los famosos y los no tanto... los que poblaron diversas partes del mundo llevando su tango y también los que no. Allí estaban para practicar, y pocos lo hacían con vistas a su profesionalidad. La mayoría eramos aficionados, nada más.

 Allí todos bailaban con todos. Todos los estilos, todas las mugres, todos los laureles, todas las experiencias se mezclaban.

 También estaba “Terminator” como bautizamos algunas chicas a un señor que sólo podía bailar con las recién llegadas. Después de un tiempo ninguna quería bailar con él, pues honraba a su apodo: exterminaba a la bailarina. Su estilo de tango era tan terminator como su actitud, pues no recuerdo que haya dejado de invitarme a bailar pese a reiteradas negativas por años. Terminator era parte del paisaje humano. Nadie le hubiera impedido la entrada por impresentable, o por su forma de bailar, o por su aspecto. Claro que rompía un poco la paciencia. Pero qué hubiera sido de esa práctica si él no hubiera estado allí suplicante y nosotras, indiferentes, rehusantes. No sé si alguien conoció su nombre. Porque simplemente él iba a bailar. Tendría algo más de 70 años y un espíritu jovial a prueba de decepciones que más de uno hubiera querido tener. No había rechazo, hasta el más ofensivo, que hiciera mella a su sonrisa y a sus ganas de estrujar entre sus brazos a alguna chica.

 No conocíamos el nombre de Terminator como tampoco el de la mayoría. De algunos apenas el apodo. Lo más importante estaba en otro lado. En bailar, en practicar, en aprender.  El clima era informal, pero no con la impostura de informal de algunos lugares actuales, muy casual, muy cool, muy sauvage, muy decontractée, pero muy, muy artificial. En esa época ese lugar era así porque era así. Porque nos mezclábamos, porque nadie era más que otro.

 He estado viendo videos de la clase de Gustavo y Olga en 1992 y se ve un caldo de cultivo, un estado de fermentación.  No hay etiquetas, ni imposturas. Se ven principiantes y posgraduados. Se ve la gente tomada por la pasión del baile, del encuentro con el otro. Las ropas son simples, de todos los días, no hay tacos de 10 cm, ni medias de red, ni polleras con tajo, ni pantalones enormes ni zapatillas para mostrar la juventud. Se mezclaban las edades sin ningún prurito, sin ninguna exterioridad. También los profesores eran así. Tanto en la práctica de Mingo y Esther, como en la de Gustavo y Olga. La práctica era interrumpida en algún momento por algún paso, o alguna enseñanza que mostraba una secuencia, figura, o alguna indicación para el baile y luego todos continuábamos bailando. El profesor estaba cuando uno lo requería. Ibamos como a una milonga a bailar con los buenos, porque había excelentes bailarines y con los no tan buenos, eventualmente con los maestros. Se bailaba como en una milonga, como en una práctica, como en una clase mientras se comían las tartas, empanadas o sánguches antes que se terminaran.

 Este Elogio a la Práctica surge al calor del recuerdo de Cochabamba 444, pues eso que fue allá lejos y hace tiempo, es bastante más informal, juvenil, vital, entusiasta que algunos lugares contemporáneos. Algunas prácticas o clases son formales en su informalidad. El ritual pasa más por la exterioridad que por el genuino interés del baile. Suele verse que la pilcha, ya sea la pollera con tajo, sandalias o zapatillas de moda, o el hábito casual cuentan más que el baile. También se exige al profesor que garantice que haya parejas para todos. En Cochabamba la mayoría de personas iba sola y allí veía lo que pasaba. Se iba a la aventura, a bailar con el que cuadre. Si no se puede bailar uno no le reclama a nadie, pues se la banca.

 Ese mundo, en el que cada uno se las tiene que arreglar, es al mismo tiempo el mundo en el que todos nos las tenemos que arreglar y por eso nos encontramos y nos disponemos bien al encuentro. Eso es lo que me hace escribir este Elogio. Veo que la gente no va a aprender a bailar tango si no está en pareja. O en las clases las parejas no se separan. Se reclama paridad como si el hecho de estar solo fuera un pecado y hubiera que garantizar que no se note. El planchar es parte del gaje del oficio del bailarín. Tanto para el hombre como para la mujer. Salir al ruedo del baile es arriesgarse a que pase lo que tiene que pasar.

 En Cochabamba se cobraba muy poco. Así y todo algunos se iban sin pagar. A la salida nos acercábamos a la puerta a pagar directamente en mano a los maestros o a alguno de sus asistentes. No me pareció que el dinero fuera un tema importante en esa época, aún cuando lo fuera. No parecía que la clase o la práctica bailara al compás del business. El único negocio que hacíamos, y lo hacíamos todos, era practicar y aprender, también los maestros. Esa ganancia sigue siendo a mi modo de ver, la rentabilidad más alta que da el tango a todos los que lo practican con entusiasmo. En Cochabamba había buena onda. No había onda cool porque está de moda y somos jóvenes.  Tampoco había onda “somos los mejores”. Tampoco había la onda de la formalidad porque somos tradicionales. Había respeto, buena onda, espontaneidad. Nadie obligaba a nada. Era pura construcción colectiva de un espacio.

 Todos bailábamos todo. Es decir, lo que se reconocía como tango en ese momento. Que no era poco. Luego creció y creció tanto no sólo para adquirir conciencia de su valor y evolucionar en su forma, sino también creció como para fijar códigos, armar sectas, abrir mercados, etiquetar estilos.

Hago el Elogio de la Práctica pensando en la Cochabamba 444 de esos años, porque ahí se gestaba, se crecía, se evolucionaba. Había jóvenes y había viejos y había de todos los estilos. Mejor dicho, no se hablaba de estilos, no existían aún las separaciones, pues no se habían inventado aún los nombres para separar.

 Entonces lo nuevo y lo viejo... ¿dónde está? Allí estaba lo nuevo, allí sigue estando lo nuevo, en esos lugares donde se baila tango con entusiasmo, con ganas de aprender, de practicar, de bailar. Ahora se ve a algunos que bailan un estilo llamado “nuevo”, sin la música, sin exigencias, sin entusiasmo, sólo en pura exterioridad.. Y me parece que es viejo, porque viejo es lo que no sirve, lo que no apasiona. También me parece que es viejo pretender imponer códigos a la fuerza, cultivar un espíritu de elite, cerrarse porque aquí sólo bailan los mejores, pretender que se posee el tesoro y no compartirlo. Porque también viejo es lo que no se modifica, lo que se cierra sobre sí.

Es tiempo de recuperar esas cosas viejas que tan bien fueron hechas y que han resultado tan innovadoras, frescas.  Reeditar Cochabamba 444 de aquellos tiempos será difícil, pero vale la pena recuperar ese espíritu.

 

 Fragmento del libro "Tango. Arte y misterio de un baile", editorial Corregidor, 2011.